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Andrea Mancini:
fragili fiori di carta sul mistero dell’esistenza umana.
Giampaolo Trotta
La produzione artistica di Andrea Mancini affonda le sue radici più profonde nella sua formazione e nella seguente attività di grafico e di pubblicitario, coniugando il tratto sapiente dell’illustratore di libri quasi di altri tempi con la tecnica più avanzata di comunicazione.
Indubbiamente nella sua pittura un richiamo evidente è ad Annigoni, sia nel tratto realisticamente ‘antico’, come nell’uso di certe tonalità ‘terragne’, calde e ocra, tipiche della pittura toscana; ciò nonostante non si può definire certo, né per formazione, né per esiti, un annigoniano ‘puro’. Nelle sue composizioni entrano prepotentemente reminiscenze classiche, si badi bene, però, non nell’accezione di accademiche o di oleograficamente stereotipate, ma nella concezione più pura del termine, da artista postmoderno, nel quale i frammenti di un lontano e rivissuto passato divengono colti e poetici simboli (quasi böckliniani) di stati d’animo e di tormenti ‘freudiani’ tutti moderni. E proprio in questo ambito, ripetiamo, colto, ma mai fastidiosamente erudito, ricco di attualissimi spunti psicologici attraverso l’allegorico ‘simboleggiar del vero’, va ricercata l’originalità e la peculiarità più profonda di Mancini.
Simbolo della fragile psiche umana, segnata dal tempo e dall’esperienza, spesso del suo contorcersi angoscioso e talora del suo ‘sbocciare’ radioso, sono quei suoi “fiori di carta”: fogli scritti, vergati dalle ‘parole’ del proprio passato e delle proprie idee, spiegazzati, accartocciati, schiacciati, morti eppur sempre rinascenti come bocci di candide rose. Così in Fiore di carta, dove, sullo sfondo di un’architettura classica che si richiama al Cenacolo di San Salvi di Andrea del Sarto, il fiore è quasi una sorta di composizione esotica e di pura ninfea.
Altrove le massicce colonne, simboli sempre dell’esistenza, così possenti ma anche vuote internamente e quindi fragili, spezzate, sorreggono, in una precaria statica, gli architravi della vita, che ognuno riempie e scrive personalmente, mentre i fogli della poesia ovvero dell’ideale continuano - e debbono continuare - a volare in cieli infiniti. Ad esempio, in Poesie in volo, fogli e parole (pensate e forse mai dette) si disperdono fra antiche colonne spezzate, quasi in una sorta di richiamo all’arte classica (eterna), come ‘farfalle’ che si dissolvono nella luce del tramonto. in Silenzi 1 domina il motivo della solitudine dell’uomo, in un paesaggio essenziale che evoca l’inutilità della vita che scorre e si frantuma, come la fragile colonna in primo piano.
Talvolta le parole e le sue carte si compongono e si legano nel libro stesso della Vita, sfogliato, nei suoi diafani e smaterializzati fogli, dalle invisibili dita del grande Direttore o Regista del Mondo, una visione pittorica che ci rimanda quasi ai magici e soprannaturali Prospero’s books, la raffinata interpretazione filmica della Tempesta shakespeariana dovuta a Peter Greenaway. Nel Libro della poesia, con il grande tomo in primo piano, su cui poggiano o sbocciano ancora una volta rose di fogli scritti e accartocciati (gettati via e ‘risorti’), le iscrizioni nel volume scompaiono dai fogli trasparenti ed evanescenti che si perdono in un solenne e statico paesaggio toscano sognato sullo sfondo, incorniciato da esili cipressi; sul davanzale, che separa nettamente la natura morta ‘al di qua’, in primo piano, dal paesaggio posto ‘al di là’, dissolventesi sullo sfondo di un cielo quasi plumbeo, è raffigurato anche il barattolo con i pennelli e le tinte del pittore, quasi presenza mediatica dell’arte tra l’uomo con la sua storia e le sue idealità inafferrabili e l’eternità dell’universo infinito. E ancora nel Grande libro manoscritto posto sul leggio, in alto, si assiste quasi all’orchestrazione prima della Vita, è il libro della Genesi oppure il Decalogo, posto su uno sperone di roccia che si affaccia su una irreale valle nebbiosa di böckliniana memoria.
Potremmo ancora scrivere a lungo sulla simbologia, complessa e ‘semplice’ ad un tempo, presente nei quadri formalmente ‘immediati’ di Mancini, ma che dischiudono i propri più reconditi significati man mano che li osservi e li pensi. Lasciamo, però, al pubblico, agli amanti dell’arte, a ciascuno di noi il piacere di scoprire ed indagare queste tempere grasse, così pregne di forme, di sensazioni, di intuizioni e di mistero (della vita), di uno dei più interessanti pittori toscani che vanno emergendo nel campo della pittura figurativa e concettuale.
Giampaolo Trotta.
Andrea Mancini Pinxit, disegni e dipinti 1999/2000
dal 12 al 29 marzo 2000
Galleria "La Soffitta", Sesto Fiorentino (FI)
Chiara Camera
"Le atmosfere di serena nostalgia in cui fluttuano frammenti di vita quotidiana sospesi in un luogo senza tempo, aprono in Andrea Mancini uno spazio visivo nel quale immaginazione e natura convivono con grande equilibrio, schiudendo il campo ad un'azione creativa, libera ed intensa.
Affidandosi ad un'accurata sensibilità delle armonie cromatiche, ai valori timbrici e ad una calibrata versatilità, le sue opere si impongono immediatamente per l'equilibrio compositivo e la seducente atmosfera dei soggetti e soffermandosi, seppure con fugace attenzione, su uno qualsiasi dei suoi lavori, si percepisce l'enorme espressività e lo straordinario intento interpretativo.
Le cromie calde, la qualità del disegno, la gestualità controllata ( che gli consente di costruire con invidiabile sicurezza e con pennellate decise, immagini fortemente evocative ) derivano dalla grande attenzione e dallo studio accurato della lezione dei grandi artisti del passato, uno sguardo alla tradizione classica, sugli archetipi offerti da un territorio affascinante.
Tutto ciò è riscontrabile non solo nella grande abilità disegnativa, nelle raffinate lumeggiature bianche (che tanto ricordano i tocchi di biacca dei disegni rinascimentali), nelle inquadrature e negli scorci prospettici, ma soprattutto nella tecnica. Le valenze cromatiche così intense e così profonde, derivano dall'uso sapiente della tempera ad olio, tecnica che l'artista è riuscito a conseguire grazie ad uno sperimentalismo tenacemente e quasi programmaticamente perseguito.
Ma lo sguardo che l'artista volge al passato, non rappresenta una pedissequa copia della lezione classica, tutt'altro: ogni elemento è rivisitato alla luce delle esperienze che Mancini ormai da tempo compie nel campo della grafica. Con la sua freschezza e la maestria con cui stende il colore, con l'impeto che regola gli accordi, le consonanze e i ritmi compositivi, l'artista trova infinite ragioni per dare un senso sicuro all'impaginazione e agli equilibri cromatici raggiungendo esiti di particolare raffinatezza e suggestione che in alcuni casi ricordano le esperienze di grandi maestri del settore come Folon. Lo studio del passato e l'ausilio di una tecnica pittorica che ha permesso la creazione di cromie particolari, hanno portato Andrea Mancini a costruire nelle sue opere una realtà con un sapore di sottile nostalgia: nelle atmosfere marittime della teoria del lungomare, si assiste ad un lento trascorrere del tempo, ma di un tempo che sembra appartenere al passato; lo scorrere tranquillo e silenzioso dell'acqua della fontanella, le pagine di un libro portate lontano dal vento, le figure assorte nella contemplazione del mare. Ma ognuno di questi elementi partecipa all'intera composizione con un senso di profonda serenità e non di malinconia, figure intensamente vive che si trasfigurano in un antico ricordo."
Solitudine e meditazioni sull'uomo nelle "pagine" di Andrea Mancini
Alvaro Spagnesi
Che cosa ci comunica una conchiglia adagiata su di un mobile domestico? Secondo Andrea Mancini essa non è soltanto in grado di riportare al nostro orecchio echi favolosi d'un mare ormai lontano nel tempo e nello spazio, ma è anche capace di presentarci un mistero arcano proprio come se essa fosse un messaggio trovato in una bottiglia: prova di ciò sono i frequenti accostamenti che l'artista fa tra reperti marini - quali murici e orecchi di dioniso - e fogli accartocciati in cui s'intravedono, scritte in corsivo, parole vergate in fretta forse con l'urgenza di comunicare qualcosa e qualcuno oppu- re per registrare eventi straordina- ri sul diario di bordo. Una serie co- stituita da tre dipinti cronologica- d mente successivi ("Conchiglia rossa", "Conchiglia con parole" e "Fiore di parole"), ci conferma l'associazione che Mancini propone tra oggetto naturale e "medium" portatore di imprecisate quantità di concetti, ricordi, cronache e chissà quante altre cose ancora. Colpisce, in queste "nature morte", l'isolamento dei soggetti collocati al centro della scena tagliata in orizzontale: memoria di certe composizioni di De Pisis anche per la ricercata leggerezza
delle velature, queste tempere grasse di Mancini alludono alla sospensione temporale metafisica e allo straniamento della visione surreale proponendo il tema della solitudine e della meditazione sui grandi interrogativi dell'uomo. il porticato ad arcate semplici che fa da sfondo in " Melograni con lettera 1 " cita De Chirico dell"'Enigma dell'ora" e un cartiglio fissato ad una balaustra nel quadro "Figura di schiena" rimanda con certezza ai mezzi busti di Antonello da Messina: questi elementi confermano la predilezione dell'artista per lo struggimento che si rintraccia in tutti gli artisti citati, in cui la capacità d'evocazione favolosa che unisce passato e presente è cercata lungamente attraverso l'uso di tocchi leggeri e pennellate e che, proprio come le tracce lasciate dall'inchiostro sulla carta, segnano la superficie con un ductus calligrafico quasi a voler istituire un parallelo pittorico con la scrittura che insistentemente compare nei suoi lavori.
La sottile allusione alla sessualità femminile portata dalle conchiglie e dallo stesso foglio di carta che si chiude come una rosa dalle bianche labbra sensuali porta all'ipotesi che sia l'enigma della carne a conquistare Mancini sostanziando il sospetto che tra le pieghe della natura che dipinge, Andrea Mancini presenti l'indecifrabile messaggio che giunge dall'eterno femminino sigillandolo ora in contesti sacrali - un "Grande libro aperto in un contesto monastico - ora risolvendolo metaforicamente - nella "Fontana" cioè nella fonte della vita -.
La scrittura, che riporta il pensiero e quindi dovrebbe essere comunicazione, trasmissione di idee e concetti, diviene invece per Mancini un velo tirato tra le persone, come in "Ritratto con parole" in cui Mancini crea un vero e proprio palinsesto nel quale un testo parzialmente leggibile (ma pur sempre incomprensibile) vergato ad interlinea regolare scende ad in-
terporsi tra chi guarda l'opera e la persona rappresentata in posa assorta: l'incontro reale, l'autentico toccarsi delle anime è sempre più difficile, complicato dalla nostra stessa volontà di esternare, da sovrastruttura psicologiche e pseudocertezze.
Meglio allora il sommesso mormorare del mare, il silenzio del chiostro antico e la forza di immagini costruite nella luce e dalle forme che si stagliano, perfettamente apprezzabili in ogni loro particolare, contro l'infinito del cielo.
"Evangeliarium"
al museo di Arte Sacra di Firenze
Giampaolo Trotta
(...) Questa volta l'artista si cimenta in nuovi soggetti, o meglio in un nuovo approccio con un tema che da un lato è indubbiamente tra i piu antichi dell'iconografia dell' occidente, ma lo affronta con una novità veramente sorprendente e di grandissimo impatto sia dal punto di vista formale che da quello soprattutto concettuale.
Mancini in questa sua nuova fatica infatti affronta il tema del sacro, e segnatamente la storia di cristo, gli evangeli, le tappe fondamentali della vita del Salvatore, un tema che di primo acchito potrebbe sembrare estremamente scontato, e forse anche un pochino obsoleto, niente di tutto ciò.
La pittura di Mancini, infatti, è estremamente nuova per numerosi aspetti. Non è una pittura iconografica nel senso tradizionale, nel senso della stroia di Cristo vista attraverso le principali tappe della sua vita terrena cosi come è stata raffigurata da tutti i grandi pittori del passato, dal medioevo fino al novecento, ma d'altronde non è neanche una ricerca sperimentale astratta cosi come era stata provata e solamente in rari casi con effetti di un qualche valore artistico da alcuni maestri del novecento, in quanto raffigurare Cristo, e soprattutto raffigurare la storia di Cristo per astrazione simbolica, per forme astratte o attraverso l'informale e la pura luce è stata sempre una ambizione della pittura del novecento ma con scarsi esiti di qualità, se non in alcuni eccezionali casi.
Mancini non percorre nè la prima ormai scontata strada , nè la seconda; la sua è una pittura realistica, una pittuta figurativa perchè compaiono cose e oggetti in ultima analisi ben riconoscibili, ma non è una raffigurazione tradizionale del momento storico in cui l'avvenimento narrato viene a dispanarsim infatti non compaiono mai figure, ed è questa la grandissima novità anche concettuale, non compare mai la figura di Cristo.
E’ un "evangeliarium", è una storia dei vangeli dalla nascita alla resurrezione, all'ascensione, ma dove la figura umana di Cristo non compare mai.
Compaiono solamente oggetti e simboli che si riferiscono a quel determinato momento in cui la presenza del divino è estremamente, fortemente immanente nel quadro, ma proprio per questa forte carica di immanenza, non è visibile ad occhio nudo, quasi che il pittore riesca con sorprendente bravura non solo soltanto tecnica - ripeto - quanto concettuale a unire il "divinuum", l'astratto, l'"animus", l'anima, lo spirito alla materia.
Raffigurare la materia, raffigurare pero attraverso di essa lo spirito, in quella "conjunctio", che è proprio la congiunzione del principio Cristologico, del principio cristiano dell'unione del divino con l'umano; del verbo della parola, quindi astratta o meglio spirituale di Dio che si fa uomo, dell'infinito che diventa finito, dell'eterno che ingloba con questa immanenza nell'eterno l'elemento singolo del finito, l'elemento del tempo e dello spazio che diventano elementi in questa unicità dell'eterno, di un eterno presente che riesce il pittore a raffigurarci per una serie di simboli e di suggestioni estremamente significative.